mercoledì 7 maggio 2008

Il Tarlo a Riotorto



Non poteva non incuriosirmi il titolo di un articolo “dove vanno a mangiare i grandi chef?” e avevo tenuto a mente un paio di suggerimenti diffusi dal Pierangelini.
Uno di questi, “Il tarlo” a Riotorto, nel comune di Piombino, in provincia di Livorno. Ci andiamo il 25 aprile, festeggiare la Liberazione a tavola pare una degna prospettiva.

Sulle prime l’esterno in disarmo ci fa subito allucinare buca, ma all’interno ci sono segni di vita, siamo salvi! Claudio il patron ci riserva il tavolo ma prima di un’oretta non s’inizia. Girellare per Riotorto non è da sballo, luogo tranquillo, le case a schiera di nuova costruzione, un unico bar con l’aria da frontiera ci serve un aperitivo anonimo da bottiglia casareccia tenuta in frigo. L’aria di mare, inconfondibile friccichina intride i posti, qualunque essi siano sullo spettro che va dallo scacio al raffinato, d’un odore vitale e rigenerante. Le nari fiutano e gradiscono, i pensieri s’attivano, baluginano ideuzze sul versante vitalistico di progettare questo e quello, è come esser caricati a molle, un essere agìti che ti fa credere di agire-reagire e ti lasci inondare da ineffabili propositi. Con siffatto rimescolio dentro, sedersi a tavola dà un piacere enfatico, amplifica il diletto del pregustare.

L’aperitivo con spumante Franciacorta, gradevolissimo, ci apre alla danza unitamente ad un gelato di parmigiano. Commento con il patron che non è niente male Nora Jones di sottofondo, lui è compiaciuto che la conosca. E parlottiamo per fili associativi di Billie Holiday , di Capossela. L’agio si è instaurato. Intuisco che sarà una buona sosta.

Il locale è piccolo e in tutto saremo in otto dislocati in tre tavoli. Non si finirà mai di decantare l’ottimo dell’esiguità di umani nei ristoranti, un privilegio sempre più raro ma ancora possibile con l’aiuto del fato.

Il patron Claudio a servire e la moglie Liana ai fornelli, avrò modo di complimentarmi con la chef e avrò dinnanzi una donna semplice e pacata che mi stupisce per la totale assenza di prosopopea ed è tanto apprezzabile questa naturalezza di chi non se la mena in tempi in cui l’artificio e l’ostentazione sono divenuti tratto dominante.

La nostra scelta dal menù tematico di pesce è stata:

- paccheri ai filetti di triglia con olive di Gaeta e zucchine, un piatto semplice-accurato, d’aura estiva;
- tagliolini ai calamari, una felice unione di pasta in casa e di calamaretti tagliati fini legati da un condimento stuzzicante;

- frittura di pesce, una parata di paranza intelligente perché inclusiva di filetti di baccalà in pastella;
- palamita, appena scottata, alle erbe, che in un confronto italico coi sashimi japanesi, riporta piena vittoria!

per dessert, tortino di cioccolato con cuore fondente in bella compagnia di gelato al ginger.

Il tutto accompagnato da un grandissimo bianco di Montescudaio, Lucestraia annata 2004 (di uve trebbiano, vermentino, sauvignon) che ci ha fatto andare in brodo di giuggiole ricordandoci proprio tantissimo un vino francese, divenuto nel nostro ricordo mitico, che fu un Sauvignon Chapelle de la Croix di cui non incontrammo più eguali.

Il dessert in accoppiata con uno splendido sherry invecchiato, sfuggito al mio scatto moniterativo, perciò d’ignota denominazione.

Il servizio è stato anch’esso di particolare gradimento, annoverandosi tra quelli pregevoli del sentirsi coccolati-accuditi ma senza alcuna ombra d’invasività o ancor peggio di pressante finta cortesia .

Addizione di 95 euro in due.

Satisfaction: molto alta!


Nota di colore: ho preso la ciucca! Eh sì l‘inebriante vino bianco d’annata (si sa che certi bianchi vanno alla testa difatti voce di popolo voce di Dio!) assieme al vetusto sherry e per eccedere due sorsi di vodka di poi in macchina.. che c'era da aspettarsi? però, a raccontarvela tutta, l’ebbrezza è stata very delicious in una full immersion con Ali Farka Toure e Ry Cooder. Pura delizia. Da provare, consiglio da viveur/viveuse!

1 commento:

Artemisia Comina ha detto...

si vede :D (effetto approvato)

 
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