Visualizzazione post con etichetta Prassi e discorso in cucina: Films. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Prassi e discorso in cucina: Films. Mostra tutti i post

sabato 29 ottobre 2011

Faust di Sokurov








visto Faust di Sokurov, grande film che raggruppa una miriade di segni. L'ampiezza polisemica è quasi faticosa da sostenere a meno di non potare molte allusioni molti rimandi molte chiavi di lettura. Pienamente allegorico e archetipico e letterario e romantico e esoterico. Duole perché non parla d'altro che della finitezza della fugacità dell'ansia d'immortalità negata e se perseguita col patto diabolico d'una immortalità assurda e deprivante uguale..una solitudine eterna e nessuna possibilità di salvezza. Perfettamente calzante e letterariamente pregnante è l'ambientazione in un secolo quasi atemporale che è '700 o '800, la vita vi è colta quale rassegna di girone infernale in terra dove tutti sono pedina di qualcosa di più astratto di più crudele di più insensato, lo stesso faust fa una pena immensa obbligato alla frustrazione perenne, dice lo strozzino-diavolo-caprino che faust è l'eterno errante che vaga per le montagne e le valli della vita, e pare condannato da se medesimo e dagli eventi ad una parte assurda e demenziale dove di libero arbitrio c'è un'acca pur da firmatario del contratto. Il gioco delle parti è una corale disperante farsa di inconcludenza di futilità di inconsapevolezze di stoltezza di giochi già fatti senza luce alcuna di redenzione, non c'è salvezza e non c'è vera romanticheria che è una pia e ineffabile illusione, un altro modo forse come la scienza o come il ricamo per riempire il vuoto. La domanda irrisolta, a partire di dove sia albergata l'anima, se nella testa nel cuore o nei piedi, che nella situazione di paura hanno una tale vitalità e sono davvero animati, slitta al senso della vita, su quel in principio era il verbo oppure il senso oppure l'azione e di domanda in domanda si snoda la vicenda. Il diavolo, vera icona di diavolo d'un diavolo, è una figura simpaticissima, ironica e autoironica, anch'egli vittima di condannato al ruolo e infinitamente triste della noia e della ripetizione costante alla ridda di scempiaggini e di bastardate che è la vita cosiddetta umana, di esseri tanto imperfetti che buttano la loro stupida vita senza capire e sapere nient'altro se non la bieca e cieca programmazione di istinti, di bestialità e di opacità cronica. Ah che disperazione ha rappresentato Sokurov! lui è bravo, allievo che supera il maestro o se non lo supera comunque ne è un degno autorevole continuatore. E che deliziosa battuta circa un esagitato che in carrozza blatera e blatera e faust dice " ma è matto? ma no, risponde il diavolo, è russo! Margarethe è di una bellezza da quadro, è rinascimentale, è una mela tedesca da fiaba alla Brentano, è una ragazzotta giovane della bellezza tipica fiabesca, è la vittima designata ad essere immolata dal non sense dell'esistenza. Splendido uso del grandangolare e che magia la deformazione dei visi degli amanti quando da ravvicinati vedono -ah già che cosa vedono nel volto dell'altro? una sorta di fusione di mutazione alchemica di essenza o d'illusione e nell'epifania dei volti si sconfina forse nel distillato o nella sovrapposizione di facce e di relative essenze spirituali..insomma una tal magia che mi ha fatto trasalire. Sokurov ha un tale occhio poetico sempre anche quando pare ossessionato invece dal razionale dalla foga dell'empiria o della dimostrazione enciclopedica. Ne parlo adesso a caldo e vò di palo in frasca ma è un film complesso, tosto, angosciante (un'altro tipo di angoscia da quella di Melancholia di Lars von Trier eppure tutt'e due vanno a combaciare nella mancanza di senso del tutto quanto ci circonda e ci ingloba e ci divora) un film che racchiude in sé una miniera di rimandi, e di decodifiche e di suggestioni e di spunti, a iosa davvero, e di imput alla pensabilità, dolorosa fino all'insostenibile ma comunque di appannaggio di questa tormentata mente dell’essere umano capace di infinite declinazioni, di masochismo e di anelito di diniego e di esplorazione, d'immaginalità e di sogno in ogni perseguibile variante





sabato 16 febbraio 2008

Ratatouille, l'estasi alla portata di un topo



Ho visto finalmente Ratatouille e Remy l’amorevole topo nel quale nessuna traccia c’è di ratto immondo. Subito ti prende di simpatia per quegli abbandoni estatici che il suo strabiliante naso gli procura precipitandolo ogni volta in un voluttuoso trip quando accosta il sapore e d'intensità raddoppiata coi sapori combinati, eh sì le vie del sapore sono appaiate a quelle del sapere, si conosce con il naso e con tutti i sensi a raccolta. La storia va per quasi due ore e non ti pesa, segno sicuro della felice riuscita della pietanza film.
Siamo nella terra dei cuochi e gli ispiratori son più d’uno, certamente Antoine Careme, e siamo a Parigi una città speciale, patria adottiva e meta d'accoglienza degli esuli di ogni parte. Parigi scena elettiva di eventi rivoluzionari l’ultimo dei quali ha lasciato in deposito nell’immaginario collettivo un dettato che ha sconfinato dallo slogan. L' immaginazione al potere è anche in questo film. La forza e la bellezza del cimento, l’ardimento di provare, il coraggio di perseguire il sogno e su tutti l’ingrediente più innovativo: il nuovo viene dal diverso, a dare spazio ad un topo in cucina ci vuole fegato e cuore. Guarda caso che questo topo, il piccolo chef si fa alleato prezioso dell'imbranato giovane di belle speranze e sulle corde del cuore accadono altri contagi. Il più eclatante sarà riuscire a toccare le corde più intime del critico gastronomico e gourmet più duro de core de France, un cinico Anton Ego che si scioglierà assaggiando il piatto più semplice che ci sia, ratatouille di verdure (una sorta di caponata inclusiva di zucchine) il topino pur vispissimo in cucina, intuisce che per lui più non servono gli effetti speciali ma lo farà ineluttabilmente sprofondare in un tuffo quantico di nostalgia e memoria con la preparazione vegetale della sua amata mamma della sua sepolta infanzia. Ad Anton Ego, stufo di caviale beluga e strastufo di foie gras, brilleranno gli occhi della radiosità del tempo ritrovato e finirà disoccupato e felice, con un basco in testa in un bistrot e più nessuna stilografica Mont Blanc. E mangiarono tutti felici e contenti. Ma lo scontato lieto fine se è d'obbligo per rassicurare i piccoli, ancora una volta fa meditare i grandi che non conta quanta strada ma il come..
 
Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.