piccole stramberie nel segno del possibile, piccole sviste di minimo interesse, un nocciolo di albicocca caduto qua piuttosto che là -se ne stava protetto da un foglio di scottex, e sottili incoerenze, -prima pulivo un vetro con tanta veemenza che stavo tutta nel gesto e da nessuna altra parte, e un temporale come un guappo di cartone che promette e non mantiene -ore di casa, preziose -senza tempo, e tuoni truffaldini che nulla sono -simili a un disco rotto di grammofono, boom boom ma senza convinzione e non rinfresca affatto, rigonfia umidità...l'acacia di fronte al vetro di cucina, rigogliosa e forte è un cappello con piumaggio di Marchese di Carabàs, sventola si pavoneggia con movenza secentesca...le veneziane plastica seriale, buttate giù si rintoccano e risuonano, xilofoni alla pioggia, ari-boom boom ma dai puoi fare di meglio! temporaluccio da quartiere metropolitano, addomesticato all'esitazione, a differire...mi alzo per fotografarti acaciona verdona spiumettona
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giovedì 12 giugno 2014
venerdì 6 gennaio 2012
papavero e spighe di grano
giovedì 13 ottobre 2011
lunedì 19 settembre 2011
domenica 4 settembre 2011
venerdì 26 agosto 2011
giovedì 25 agosto 2011
una zucca a strisce con corona di papaveri & autoscatti di campagna
mercoledì 24 agosto 2011
martedì 23 agosto 2011
lunedì 22 agosto 2011
mercoledì 29 settembre 2010
L'Helianthus tuberosus o il topinambur. Ode al giallo. " ogni lustro del giallo si fa intimo / all'autunnale catarsi" Amo Andrea Zanzotto
dal poeta di Pieve di Soligo che ama gli haiku ed i papaveri e tutti i fiori di campo e tra essi con predilezione i topinambur,
giallissime margheritone vitali infestanti amanti d'umido,
accese citazioni-eccitazioni d'autunno,
culto solare di tarda estate,
ecco come la sensibilità di Andrea Zanzotto, e la sua emotiva attenzione ai segni d'unione dell'universale nel particolare, celebra le spontanee gialle effusioni d'una MadreNaturaAutunno in prodigio!
"topinambùr tuffi del giallo
atti festivi improvvisi del giallo
gialli brividi baci
bacilli braci"
(Andrea Zanzotto, Meteo, Donzelli, 1996)
ma anche
"Topinambur"
Topinambur abbandonati
qua e là, cari pargoli,
abbandonati in incontri
precari o in infinite assemblee
ma sempre un po’ distratti dall’infinito.
O filiazione
forse infida, dicono,
della luce più irta,
provocatori di paroline e bisbigli.
Provocare ad appelli ed a fini
rimproveri eh eh
fin dentro i giardini
Ma chiamate a soste o
ad aggiri, a manciate di
dispersioni, ad immortali
(senza per niente essere trionfali)
addii
O semine semplicissime
o complessive induzioni e scie
poi divergenti
di sottomusici elementi –
Affondi birbi birichini del
giallo di minimi
temi tempi
Da entro i mille circoli
dei topinambur assidui nunzi
di lunatici autunni
si sfilano le luci
dai più nascosti vincoli
Digressivi discorsi
Fratti divieti ad ogni
Bella pretesa del giallo-
Suggerimenti d’altri autunni
vellichii d’autunni
già persi, ritornanti in gialli sorsi
Freschissimi risvegli del verde-blu
dopo che le piogge novelle l’addormirono
e che ora si disagia e scompiglia
a un raggio, più che di sole, di topinambur
Teneri plagi compiuti
dal verde e dall’azzurro dei prati
sui topinambur qui sbandati
da chissà dove, chissà se prima o mai più.
Andrea Zanzotto -1993- da “Meteo” ed. Mondadori 1996
e ancora
" Altri topinambur"
entro i manipoli qua e là sparsi
dei topinambur lungo gli argini
ogni lustro del giallo si fa intimo
all'autunnale catarsi
ori di affabili corollari
topinambur se è il caso di nominare
una scintillazione che pare casalinga
ed invece è stellare
Tamburini topinambur
euforia di mille
divergenti intuizioni
gemellaggi infiniti
Azzurro arriso degli incorregibili
topinambur mai stanchi di frinire
di titillare, di adire
ai paradisi più facilmente leggibili
Favoleggiare di esigue
anarchie, conversioni di lingue
mai udite del giallo
in gelb jaune amarillo.
Andrea Zanzotto
che meraviglia quando la parola rende l'idea, è pura meraviglia!
l'emozione va in espansione,
la fantasia al galoppo,
il sentire, più affilato, si perfeziona
interviene una vitalità di psiche
e la vita par di coglierla come si merita,
amo la geniale parola di poesia di Andrea Zanzotto!
venerdì 3 settembre 2010
Toscana. Andare in campagna. Raccolta di more selvatiche di rovo per farne marmellata
la marmellata di more: come si fa è scritto in mille libri di cucina e mille ricette in web,
al mio solito faccio di testa mia, osando qualcosa che solo in bassissima percentuale viene osata, lasciare cioè i semini delle more, i dannati semini che ti s'infilano nei denti o negli spazi gengivali, quel legno duro tannico amaro che non ti va di mandar giù ma che ti porterebbe a sputacchiamenti poco fini,
giacché voglio evitarmi la pizza di passare la frutta al passino opto per lasciare le more intere, in seguito però vedendole imperterrite restare troppo intere nonostante la cottura avanzata opto per una botta di minipimer, che fa il suo dovere di spappolare le more intere ma ai semini gli fa un baffo, restano eccome se restano e ce li sorbiremo tutti
mi giustifico, con me medesima, dicendomi che nella frutta nature, mora o fragola che sia, i semini te li ingoi senza fare storie e che le fibre, le famigerate proficue fibre indigeribili, in tal modo ci sono tutte a fare quel loro effetto che sappiamo (che bisogno c'è d'andare in farmacia a comprarsele sotto forma di tavolette da manducare?),
insomma la marmellata è buona, profumatissima e un tantinello dolce (la prossima metterò ancor meno zucchero) ci sono i semini ecco! ma spalmata su di una wasa integrale non si sente alcunché, assaggiata invece a cucchiaini si avvertono abbastanza e forse a qualcuno potrebbero dar noia,
ma per me pas de problème!
La mia ricetta:
un chilo e mezzo scarso (in realtà 1488 gr) di more pulite senza alcuna impurità né piccioletto, nemmen lavate dal momento che non ci vedevo tracce di polvere evidente, difatti i rovi d'origine sono in un terreno appartato lontano da fonti dirette d'inquinamento)
600 gr di zucchero semolato (dapprima penso a 700 gr poi tolgo un etto e la prossima ridurrò a 500 gr che sono più che sufficienti se le more sono belle mature come queste)
una mela, di forma media, di quelle asprigne selvatichigne, a sottili lamelle (per l'azione della pectina)
in un caldaietto di alluminio (di quelli per cuocere velocemente la pasta) metto solo le more con le fettine di mela e nient'altro (non avevo neppure un limone cavolo! altrimenti avrei messo certamente il succo), per buoni dieci minuti giro e rigiro con un mestolone di legno ad evitare attaccaticci, poi verso lo zucchero un po' per volta facendolo assorbire, cerco anche di frantumare un po' le more, ma non è cosa, ricorro allora al minipimer senza però ridurre troppo a poltiglia, diciamo una via di mezzo,
faccio cuocere ancora per circa mezz'ora, il tempo è già bastante altrimenti addensa troppo,
da bollente invaso la marmellata nei vasetti bormioli puliti e sterilizzati e coi tappi nuovi, capovolgo per un quarto d'ora, infine rigiro i vasetti, ecco fatto!
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