Visualizzazione post con etichetta Prassi e discorso in cucina: Dulcis in primis. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Prassi e discorso in cucina: Dulcis in primis. Mostra tutti i post

giovedì 25 agosto 2011

il taralluccio abruzzese costiero







oggi, per acquisire manualità, mi sono cimentata col taralluccio, qui fanno la pasta del guscio molto morbida e si manegga con difficoltà, mia madre invece fa la pasta meno unta e il taralluccio molto grande perché così usava ai suoi tempi, adesso invece è invalsa la moda di farli piccoli da un sol boccone.

L'eccellenza di questo tipico dolce dell'abruzzo costiero è quello di essere squisitamente genuino e di una semplicità difficile. Non c'è zucchero.

Il ripieno è la parte strabiliante: una marmellata d'uva nera, di uva montepulciano, che è solo ed esclusivamente di uva, disidratata giacché per farla ci vuole uno spropositato numero di ore, cioè non meno di 10-12 ore, si comincia a farla asciugare e rimestare e non si sa quando si finisce, dipende, finché evapora tutto l'umido. In dialetto perciò si dice lu strattarello (l'estratto).

Va poi addizionato di cioccolato fondente grattugiato, di mandorle abbrustolite e tritate fini, odor di buccia di limone e se il caso un po' di liquore aromatico, tipo strega o limoncello, ma io oggi non ho voluto mettercelo il liquore e lasciare questa miracolosa mostarda il più possibile naturale.

E' un'esperienza mistica.

La laboriosità e la cura che ci sono a monte ne fanno un cimelio prezioso, un tributo alla cura, all'attenzione, alle fasi di lavorazione recondita.

Nessuna banalità ma la costanza d'una traccia di memoria dolciaria della tradizione contadina abruzzese. Dolce tipico agli sposalizi e a tutti i riti contadini,alle trebbiature, alle vendemmie eppoi esteso alle occasioni festaiole familiari.


venerdì 22 ottobre 2010

Racconto fotografico passo passo di un Migliaccio di Toscana in ricca veste d'autunno

acclarato che delle vantate origini due soli gli elementi storici: la farina di castagne e un po' d'acqua fresca, tutto il resto è la mia personale versione ricca autunnale del migliaccio di Toscana:

prima:



dopo:



300 gr di farina di castagne, questa è dall'olimpo delle farine di castagne di toscana, dalla Val d'Orsigna, nel pistoiese, (il tibet di Terzani) prodotta e preparata ancor'oggi come dio comandava, con le antiche procedure della valle e lunga essiccazione;

4 cucchiai da tavola stracolmi di miele di acacia (viene da arnie in quel di Pienza);

4 cucchiai di olio evo (da Castagneto Carducci)

100 gr di vino bianco (toscano di Montespertoli)

100 gr di acqua del rubinetto;

un bicchierino di passito di Pantelleria, Pellegrino (ahi qualcosa di non toscano, potevo pensarci prima e mettere il vinsanto dei nostri amici And & Mir? ma forse non si spreca per un dolce il prezioso contenuto del caratello!);

3 uova intere;

una pera rossa williams;

un grappolone di uva fragola;

un masala di spezie: cannella, macis, cumino, zenzero, pepe bianco nero e verde;

semi di zucca (biologici);

semi di papavero;

una manciata di mirtilli neri essiccati;

foglioline ine ine di timo fresco;

un po' di pistacchi di Bronte ridotti in polvere unitamente a zucchero a velo-


mettete assieme sto' pandemonio come meglio vi pare, prima questo dopo quello, fate vobis!

decorare con semi di zucca e di papavero e foglioline di timo fresco e polvere di pistacchio,

in forno già caldo, per 35' a 180°



il racconto fotografico passo passo:
























mi piace! è piaciuto! ma i puristi mi sparano addosso!


lunedì 5 luglio 2010

Torta al cioccolato. Ancora aggiustamenti. Un tè alla menta in bicchieri rubino




















gli aggiustamenti, non è infrequente st'ossessione degli aggiustamenti, a volte esagerata diventa una storia infinita,

invece sono dell'idea che se ho raggiunto un esito che valuto al top non mi sposto più dalla ricetta fatta dogma,

però nella mania dell'aggiustamento qualche volta ci casco anch'io,

intorno a questa torta di cioccolato alcuni rimandi illustri:

1) alla cultura dolciaria abruzzese attingendo in linea diretta al lessico familiare l'impasto è molto similare al ripieno dei bocconotti ma non del tutto, in comune ci stanno le mandorle, pelate mi raccomando! non esiste che ci si lasci la buccia e come argomento definitivo vi basta questo?



riuscite ad immaginare che siffatta montagnola di bucce vada a finire nel vostro pancino?
(anche perché in questa picca d'argomentazione delle fibre indigeribili c'importa un'acca)

allora mandorle pelate, cioccolato fondente, rossi d'uovo e chiare d'uovo battute, zucchero a velo. Nei bocconotti in più ci sta l'aroma del liquore Strega e la cannella tritata.

2)alla famigerata caprese che lasciamo alla legittima disquisizione del sangue partenopeo del mondo (includendovi sia chiaro anche la folta schiera di simpatizzanti) parteggiando però per chi dice mandorle con la buccia no!

3) al dolce basso detto "all'americana" che ha cavalcato una stagione di grande moda qui a Firenze forte dell'imprimatur di "Dolci e dolcezze" (famigerato tempio di piazza Beccaria)e mi pare anche del Cibreo di Picchi .. è circolato un passaparola cui tramite l'amica d'una amica anch'io ebbi modo di attingere - e sto parlando di più di dieci anni fa! e che è finito in una pagina, basilare, del mio quaderno breviario dei dolci (vede nell'impasto solo due cucchiai appena, saranno credo 15 grammi di maizena) (ingrediente sul quale ho apportato personali varianti, mettendo un cucchiaio di farina e uno di maizena, oppure solo due di farina)

esposto i rimandi veniamo all'ultima edizione ancor rimaneggiata:

300 di cioccolato fondente, che sia ottimo che ve lo dico a fa',

5 uova (rossi e bianchi a parte)

125 gr di burro ah non un burro qualsiasi, questo è il signor Beppino Occelli( la ricetta d'origine diceva burro gr. 200, io trovo che sia sufficiente una quantità minore, per l'appunto la confezione è di 125 gr, caso mai mettetene 150)

200 gr di mandorle pelate (ridotte in farina al mixer assieme a un po' di zucchero a velo prelevato dalla quantità totale occorrente)

180 gr di zucchero a velo + 25 gr da spargere per decorare

una bustina di lievito (ricetta d'origine non la prevedeva, ma l'ho sempre messa perché secondo me aiuta la morbidezza),

mia sponte stavolta aggiungo:

macis macinato al momento, ché sprigiona irresistibile nuovo aroma,
pepe di sechuan macinato al momento,
un cucchiaio da tavola di rum,
due cucchiai di latte (allo scopo di sciogliere i residui di cioccolato nel pentolino del bagnomaria)

procedura:

fondere il cioccolato a bagno maria;

lavorare i rossi con il burro già stemperato a temperatura ambiente quindi unire lo zucchero a velo;

battere i bianchi (e non serve a neve fermissima, anche più morbidi vanno bene)

in una bastardella dove c'è la crema di rossi burro e zucchero aggiungo il cioccolato bell'e fuso, la farina di mandorle, i bianchi montati incorporandoli a garbo, il cucchiaio di rum, quel po' di latte di ripulitura del pentolino, la polvere di macis e la spolveratona di pepe e la bustina di lievito pandegliangeli;

ho messo in una tortiera grande di cm 28, già imburrata infarinata, di quelle con l'anello a cerniera,

in forno preriscaldato al max, a 180 ° x 30' circa (bastano oppure fino a 35') passati 20' di cottura abbassare la temperatura a 160° e se necessario coprire con foglio d'alluminio,

la decorazione con zucchero a velo sul fondo dark è venuta dal caso che ha voluto l'approdo d'una certa colombella sotto spoglie d'angelo, un angelo spiritato che spiccò il volo da certe mani assennate use a certe metamorfosi vegetali molto d'assenzio e chi vuol capir capisca!

il tè alla menta dedito ai languori estivi ci sta e rinuncia al suo verde per camuffarsi nelle trasparenze rubino dei bei bicchieri di Villeroy & Boch che tutte le volte che li ho in mano penso a cuore di vetro di Herzog!

Note sull'esito:

- ormai sulla presenza delle mandorle in farina non si discute,
o così o niente e allor si fà soltanto cioccolato, tipo il cioccolatoso o tutte quell'altre torte che ti ritrovi a mangiare un cioccolatino

- le spezie si avvertono con delicatezza nessuna insolenza

- non è male calda cioè non messa in frigo

- non è male fredda cioè messa in frigo

- non è male mai! è una tal leccornia!


giovedì 1 luglio 2010

Un Franciacorta Barone Pizzini brut. Un dessert alle fragole








di produzione biologica è un eccellente vino spumante,

le interessanti note delucidative a seguire sono tratte da

http://www.aroundabout.it/it/scheda.asp?id_art=BaronePizzini&id_cat=22


"CANTINA BARONE PIZZINI

Barone Pizzini è un’azienda vitivinicola che ha il cuore in Franciacorta, il territorio, vicino al Lago d’Iseo, vocato alla produzione delle migliori bollicine d’Italia. “Franciacorta” è il nome del territorio e al tempo stesso indica anche il metodo di produzione (metodo classico, della rifermentazione in bottiglia) e il nome del vino, Franciacorta DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita).

In Franciacorta, Barone Pizzini è oggi l’unica azienda ad applicare i metodi della viticoltura biologica. Una scelta intrapresa dall’azienda a metà degli anni novanta, perché ritenuta la condizione per produrre vini di alta qualità che fossero la più integra espressione del terroir.

La scelta della viticoltura biologica riguarda anche le altre tenute della Barone Pizzini, che non è solo Franciacorta. Alla ricerca di vocazionalità da valorizzare, agli inizi del 2000 l’azienda decide infatti di svilupparsi su altri territori italiani di tradizione enologica.

Nelle Marche, una trentina di ettari su due vigne, che secondo la tradizione sono tra le più vocate dei Castelli di Jesi. Pievalta è il nome di questa tenuta, dove si porta avanti un progetto di valorizzazione del verdicchio, sperimentando la vinificazione in anfora, secondo antichi metodi.

In Maremma Toscana, a Scansano, ci si dedica al sangiovese, nei Poderi di Ghiaccioforte, nome di origine etrusca per una tenuta, di circa quaranta ettari, adiacente ad un sito archeologico.

Nella Puglia del Salento, alla Tenuta del Barco, antica masseria con annesso agriturismo, si coltivano più di venti ettari di vitigni autoctoni (primitivo, negroamaro).

In Franciacorta, Toscana, Marche e Puglia, i valori che condizionano le scelte aziendali sono i medesimi: ricerca dell’equilibrio uomo-natura, della vocazionalità della terra, della cultura e della tradizione del territorio.

Quattro territori altamente vocati, più di cento ettari certificati secondo il disciplinare della viticoltura biologica.

L’impegno e la dedizione verso una scelta di natura irrinunciabile si riflettono in tutti gli aspetti del nostro agire: dal lavoro in campagna, al metodo di produzione del vini, alla nuova cantina costruita secondo i criteri della bioedilizia, alle scelte che riguardano il packaging.

Questo ci fa sentire “viticoltori d’ambiente”, un nostro modo per definirci, alla ricerca costante di quell’equilibrio tra uomo e natura che sa restituirci equilibrio nel vino: gusto e qualità fatti di sostanza e passione."


Via Brescia 3/a - Corte Franca (BS)

Tel. 030 9848400

www.baronepizzini.it



circa il dessert è un rimando classico allo yoghurt greco intero al miele di acacia alle fragole di stagione,

strepitosamente ensemble



domenica 27 giugno 2010

Flan di ricotta un vecchio cavallo di battaglia












un tatami di pasta frolla

un ripieno alla ricotta uova e liquore Strega che mi ostino a chiamare flan,

una coroncina di fragole,

al centro un fiore di granella di pistacchio di Bronte e zucchero integrale grezzo Panela,

un nastro di rasatello per consolidare le sponde e tocco di tenerezza al look,

una ceramica di Vietri per accogliere una fetta

e una tazza di tè Darjeeling soft tra un boccone dolce e l'altro

(la ricetta già qui)


 
Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.